BRUXELLES parte prima.

la chiamo.
– Vengo a trovarvi, le dico.
– dessa, ti ricordi che vivo a Bruxelles?
– sì.
– e vieni lo stesso?
– sì.
– ok.
– ok.

Mi chiama.
– senti visto che vieni qui, mi porti delle cose?
– che cose?
– cose.
– va bene.
– Te le porta mio padre domani, a milano.
– io parto, domani.
– ah non dopodomani?
– no domani.
– ah. Ti richiamo tra un attimo.
– ok.

Mi richiama un numero sconosciuto.
– sono il padre, mi fa.
– bene.
– stasera non riesco, va bene per lei in areoporto, domattina?
– sì.
– a che ora?, mi fa.
– alle sei e mezza.
– mh, dice. Dovrei svegliarmi alle tre e mezza per esser lì, mi fa.
– quindi?
– quindi va bene.
– a domani.
– a domani.
– ah una cosa, gli faccio: può non darmi del lei, mi fa sentire vecchio.
– va bene.

mi chiamano delle urla in aeroporto.
– sì, dico.
– eccoLe i vestiti.
– grazie.
– grazie a Lei. Mia figlia mi aveva detto che L’avrei riconosciuto subito.
– da cosa?
– dal fatto che è sempre spettinato.
– ah. – sorrido – Senta mi scusi sono un po’ in ritardo e devo andare..
– sì solo una cosa, mi fa.
– sì.
– faccia il bravo con le ragazze.
– non si preoccupi, gli faccio, con lo sguardo di intesa del giovanotto che gli hanno spiegato la prima regola dell’educazione sessuale dei genitori: non fare mai sesso con le figlie di qualcuno.
– non intendevo bravo in quel senso, mi dice.
– no?
– no. Le svegli un po’ fuori, mi fa, che ne hanno bisogno.

Io divento bordò, ma non abbastanza da perdere l’aereo.

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