Verso la metà del quarto anno di liceo mia madre venne da me e mi disse che non aveva più intenzione di andare ad udienza dai miei professori. Il fatto è che si vergognava. All’epoca non capivo l’utilità dello studiare, era per me un peso incredibile immagazzinare delle cose la cui utilità al fine di quello che facevo io era praticamente nulla. Quello che facevo io, per inciso, era disegnare dalle sei alle otto ore al giorno.

Mia madre mi disse in quel frangente che se io avevo deciso di fare questo nella vita, cioè disegnare, per lei andava bene (era la verità, non quelle cose che dicono le madri per farti venire i sensi di colpa). Andava bene ma era importante che ne pagassi il prezzo, cominciando con questo: andare alle mie udienze. Non che sperasse in qualcosa, ma voleva che parlassi con i professori io stesso, trovassi un accordo, una soluzione, sperava che vedendomi in faccia loro capissero.

Il primo da cui andai era il mio professore di matematica, un prete di settant’anni che ha insegnato matematica con scarsissimi risultati a me, a mia sorella, a mio padre, a mia madre e a due dei miei zii. Era famoso per essere rigidissimo, per rimpiangere i tempi del frustino, per avere per me una predilezione particolare. Era chiaro che si divertiva a mostrarmi quanto fossi incapace, con frasi ad effetto che facevano ridere tutta la classe. Una volta per esempio, mentre cercavo invano di risolvere un’equazione, disse rivolto ai miei compagni la celebre frase: “è come arare sul granito”, risata generale.

Non mi ero preparato un discorso, e fui preso dal panico. Cominciai prima di tutto giustificandomi con argomentazioni scadenti, ma il mio vero pezzo forte era la lagna dell’ “avrei dovuto”, avrei dovuto studiare, avrei dovuto fare gli esercizi, avrei dovuto avrei dovuto.

Il prete mi guardò fare, non diceva niente, un po’ sorrideva. Io ero completamente fuori controllo.

Poi di colpo, che ancora stavo parlando, alzò la mano come si fa per tirare uno schiaffo e, prima ancora che riuscissi a spaventarmi, la lasciò cadere con un colpo fortissimo sul tavolo, facendo esplodere tutto quello che c’era sulla scrivania.

C’era roba ovunque, fogli matite, tutto. Mi fischiavano le orecchie, ma sentii benissimo che disse, giusto un attimo prima che il silenzio diventasse imbarazzante:
Si deve solo morire.

Ed è una cosa per cui lo ringrazio ancora adesso, pur non sapendo perchè.

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