Quasi dodici anni fa mio padre comprò un set di mobili da giardino in teak non verniciato. Al momento dell’acquisto, me lo ricordo distintamente, mio padre chiese se i mobili andavano portati in casa o protetti dalle intemperie in qualche maniera. L’omino che li vendeva lo rassicurò sottolineando le incredibili proprietà intrinseche del teak, della sua resina oleosa. Ci disse almeno una ventina di volte le parole “naturale resistenza”, e sottolineava con la voce la parola “naturale”. Ci diede anche una brochure, un pieghevole orrendamente impaginato pieno di foto sottoesposte. In copertina campeggiava in comic sans arancione su verde, la scritta: NATURALE RESISTENZA, la parola “naturale” era in italico.

Sarà allora che mi è nata la diffidenza per quelli che cercano di venderti qualcosa mettendo gli aggettivi prima del nome.

Passato l’inverno, due panche erano completamente divorate di muffa. Una sedia cedette sotto il peso della madre non troppo magra di un amico mio, in visita. Chiamai io il numero della brochure, mi rispose l’uomo che ce le aveva vendute. Sottolineò l’importanza di non verniciare il teak, per non inficiare la sua: naturale resistenza. Ci disse di perseverare, di non preoccuparsi. Non accennò neanche lontanamente a riparare o sostituire i mobili rotti. Niente. Persistenza ci vuole col teak.

Da quell’anno, sono ormai undici anni, mio padre e io ci troviamo ogni autunno a raccogliere tutti i mobili da giardino sotto una tettoia e coprirli con un telo, ogni primavera li tiriamo fuori e li passiamo con la carta vetrata per togliere la muffa, è diventato come un nostro gioco  un po’ malinconico, che segna il tempo che passa a casa nostra.

Di solito mentre li leghiamo con una corda, per raccoglierli tutti sotto il telone borchiato , cominciamo come presi da un incantesimo strano a parlare dell’anno prima, di quando l’anno prima legavamo i mobili.
Cominciamo di solito chiedendoci come li avevamo messi, se le sedie stavano sopra o sotto al tavolo, poi passiamo a parlare di quanto fa freddo e di quanto inadeguatamente sono vestito, che io leggo sempre come una cosa un po’ morale, come se mi stesse in realtà dicendo che sono vestito come uno che non sa fare questi lavori. Io mi zittisco un po’, e mi limito ad infilare le sedie sotto al tavolo, piegate e sdraiate. Poi, quando la cosa mi passa parliamo un po’ di cosa stiamo facendo nella nostra vita. Cerco sempre di rimanere leggero, vago, lontano dalle cose importanti, nella speranza che per una volta non mi debba dare consigli, soluzioni, opinioni. Di solito ci riesco, così evitiamo di litigare. Finiamo in fretta, e subito percepisco una leggera punta di imbarazzo, come se fosse infine svelato a tutti e due che il compito era una scusa, un alibi. Come se tolto il compito noi non avessimo più motivo per stare lì. Come se dovessimo difenderci da qualcosa. Sbattiamo le mani tra di loro per far venire via la polvere mente guardiamo i mobili che sono diventati un buffo pacco verde pronto per essere spedito. Poi entriamo in casa e lui mi appoggia la mano sulla spalla, mi ringrazia e rimaniamo un attimo, ogni anno, da undici anni, a guardarci come se dovessimo dirci qualcosa di importante, di fondamentale per noi due.

Poi ognuno va a fare le sue cose, con la sensazione di aver mancato ad un compito importante, e quindi difficilissimo.

Annunci