C’era, bruciante, in Europa, un discorso che aveva finalmente smesso di parlare all’uomo di come il mondo era, e aveva cominciato a parlare all’uomo di come l’uomo era, e lo faceva attraverso gli stessi oggetti, gli stessi paesaggi, gli stessi ritratti di prima. La realtà era finalmente quello che era sempre stata: lo specchio spudorato di chi la guardava.

E dentro a tutto questo brulicare, l’America era stata guardare. Chi aveva denaro cercava di portarsi a casa pezzi di quel succedere che era l’arte europea. Gli artisti americani erano schiavi di questo modo di vedere il mondo.

Bisogna allora vedere questo ubriacone di Pollock andare ad una festa a casa di Peggy Guggenheim e pisciarle nel focolare. Per Pollock Peggy era una collezionista di momenti altrui. La disprezzava, come disprezzava profondamente la critica, anche se capiva, come capiscono gli animali, quanto fosse indispensabile corteggiarla per ottenere quello che aveva in testa. E pisciarle nel focolare era per Pollock affermare che un suo quadro non vale il giroscale di una casa, per quanto fosse quella di Peggy, ma anche cercare di ricordare, a lei e a quelli come lei, la concretezza delle cose importanti.

E cosa in fondo di più concreto di una pisciata nel focolare durante una festa.

Pollock aveva conosciuto Lee, pittrice anche lei, ma senza quella cosa bruciante che Pollock aveva dentro. Lei capisce meglio di tutti la sua malattia, la depressione. Vede il germe dell’autodistruzione che lo divora e capisce una cosa: New York lo ucciderà.

Alla coppia servono soldi per andarsene, Lee va dalla persona da cui tutti andavano, in quell’ambito quando si trattava di soldi: Peggy.

Peggy Guggenheim era ricca ma malata. Lee povera ma determinata.

Comincia a pressare l’ereditiera finché questa accetta: duemila dollari in prestito per comprare una casa a Long Island.

Fuori dai piedi.

Jackson rinasce. È felice, per quanto a uno come lui riesca di esserlo. Ed è determinato. Non a piazzare quadri, è determinato a fare qualcosa di grande.

Questa cosa è da capire bene: quando in Europa un pittore qualunque voleva emergere sapeva esattamente cosa andare a cercare: la storia. Gli artisti europei cercavano di entrare nella storia dell’arte, di essere ricordati, perché è nella cultura greca la nostra radice, una cultura fatta di eroi le cui imprese vengono narrate ad oggi, eroi che dichiaratamente non avevano paura della morte se questa garantiva loro un posto nella memoria collettiva. Essere ricordati, in Europa, è essere immortali.

Ma Pollock è in America, e lì non c’è una storia che sancisca le buone idee. Non c’è passato, in America, quindi non c’è neanche una via da continuare, solo il fantasma della grandezza di altri paesi. Così Pollock si trova nella curiosa situazione di essere incatenato alla sua libertà: può andare dappertutto ma non sa dove vuole andare. E quando è così, un posto dove rifugiarsi ce l’ha: nell’alcool.

Continua fino al 1945, quando viene portato ed esposto a New York un quadro di cui Pollock sapeva bene. Ma come sempre, la distanza tra la teoria e la pratica era quella dell’oceano che fino a quel momento aveva separato Pollock da Guernica. Lo vede al museo di Peggy: il quadro è gigantesco, un mastodonte che pare in scala di grigi in cui Picasso, con il suo solito modo un po’ ruffiano, aveva cercato di imprimere il dolore per la guerra.

Pollock lo vede e capisce: l’opera occupava lo spazio, occupava tutta la visuale, non lasciava scampo, era definitiva. Era un’opera: definitiva.

Dovete vederlo che va a comprare una tela grande a sufficienza per quello che ha in testa. La deve probabilmente ordinare, non la fanno così grande dove sta lui. La aspetta impazientemente. Insieme alla Guernica ha chiaro un rito di guarigione degli indiani d’America che disegnano con la sabbia, cantando, in una specie di trance. Ma non vuole sabbia, adesso, new york gli è entrata dentro, ormai lui è una bestia di città.

Compra delle latte di colore industriale. La cultura europea, fatta di artisti che si facevano da sé le misture di colore, in piccole dosi, ordinando polveri da località scelte, e lo scontro fortissimo con la cultura americana, quella del DIY, do it yourself, dove si può fare arte col colore preso da uno scaffale del supermercato, con gli smalti industriali. C’è una rivoluzione dentro la tradizione dello spirito americano: quando lo fa, Pollock ha sconfitto la paura. Ha capito che se vuole affermarsi deve cominciare a sbagliare, anche di brutto.

Ha sconfitto soprattutto un’idea. Perché questo è probabilmente l’arte, il continuo sforzo di liberarci dalla sedimentazione delle idee, dall’irrigidimento dei modi di pensare. L’idea che Pollock ha sconfitto (lui insieme ad altri, intendiamoci), è la paura dell’artigianato. La certezza che se si usavano certi colori, certi materiali, in qualche maniera si era già artisti, già più vicini a quelli che ce l’avevano fatta, e da loro legittimati. Pollock non ha accesso a questi strumenti, ma quando fa della necessità di usare materiali più poveri una scelta, si esprime in tutta la sua energia, non ha più remore di sorta, ha ricordato a tutti per che cosa stanno lavorando.

Comincia con le opere montate su cavalletti, ma non lo convincono. Via i cavalletti, stende la tela per terra senza imbastirla su quelle anime in legno – ha distrutto l’idea di quadro, a questo punto – e ci cammina sopra, non c’è più nessun rispetto reverenziale per l’opera, non c’è più differenza tra lui e l’opera, lui è all’altezza di tutti quanti adesso, adesso è lui che comanda.

A Peggy piace, lo propone alle persone giuste. Per essere donna borghese si dimostra molto elastica: una nobildonna francese non avrebbe commissionato un quadro a uno che gli ha pisciato nel focolare. Ma l’opinione pubblica si divide, per alcuni è solo un ciarlatano, e lui, insicuro anche nel successo, si dimostra non essere così convinto del contrario. La sua fede vacilla, rischia di perdere la pace interiore che serve per fare quello che fa.

I’m not the phony, you are the phony!

grida ad un giornalista, che gli dava del pagliaccio. Sembra uno sfogo qualunque, ma la verità è che nell’ottica ferina di Pollock, un giornalista che parla ed esprime un parere sulla sua arte, non fa che allontanare dalla concretezza del suo gesto chi lo leggerà. L’impostore è il giornalista, non lui.

La sua era una rivoluzione come altre ce ne sono state nelle avanguardie, ma per certi versi diversa. E’ chiaro che come ogni vera rivoluzione aveva spostato qualcosa, non l’aveva distrutto: aveva spostato l’attenzione dal dipinto al dipingere, se ancora di dipingere si può parlare. E per capire nel profondo il gesto di Pollock, bisogna capire che eravamo nel periodo in cui il tempo aveva cominciato a rotolare, a diventare affannoso, stava cominciando a diventare quello che ora è per noi: il susseguirsi di attimi contemporanei. Gli artisti stavano tutti abbandonando la lentezza in un’ansiosa rincorsa del senso, che gli sfuggiva senza sosta tra le mani come una saponetta bagnata. La velocità era fondamentale, velocità che entrava in tutti gli aspetti di quello che stava facendo: veloce doveva essere la fruizione dell’opera perché veloce era la società che la guardava, e veloce doveva essere quindi anche la modalità di lavoro: stava (lui ma con lui quasi tutti gli altri, europei e americani) scappando dalla razionalità, il pensiero era la cosa che cercavano di estirpare, perché la verità non è nei pensieri ma nelle emozioni, che il pensiero tende a sporcare, a rimaneggiare, ospite non invitato.

E siccome il pensiero è un cane da caccia che rincorre la lepre della realtà, l’unica soluzione era: fare come quella lepre, essere veloci, astuti. La tecnica doveva essere figlia di quel modo lì di vedere le cose, la precisione non era un valore, la sensazione sì.

Era animale, più che uomo, Pollock.

E forse a lui riusciva ancora meglio d’entrare in questo atteggiamento perchè il suo tempo era ancora più breve. L’alcool stava prendendo il controllo della sua vita, e lui allora aveva deciso di riprenderselo, e con tutta la forza che aveva raccolto si era suicidato. Ultima meschinità di un uomo incapace di vivere con gli altri, aveva imposto il suo destino ad un’altra persona.

dripping

Annunci