Mentre lavoravo a tu per tu con Daniele Mocci, lo sceneggiatore a cui ho affidato la stesura delle storie che avevo scritto per La principessa che amava i film horror (il nostro libro edito da Tunuè), ho avuto diversi momenti in cui sentivo che i nostri background, le nostre modalità narrative, i nostri interessi riguardo alle storie (e certe volte persino le nostre visioni della vita) erano diversi.

Mi sono trovato di fronte al fatto che il mio lavoro non poteva più essere quello di tenere fede alle storie che avevo in mente, quanto piuttosto di salvaguardare alcuni punti che per me erano imprescindibili, rendere chiaro il messaggio che avevo in mente ma lasciare le modalità di come questo messaggio sarebbe stato veicolato in mano a lui, che era più esperto e soprattutto che aveva una modalità di lavoro maturata nel tempo.

Io sinceramente non sono sicuro di aver fatto sempre bene, nè sono sicuro che le mie intenzioni si vedano poi, di fatto, nel libro – in effetti ho ancora troppa paura per mettermi a rileggerlo – ma il dato di fatto è che quando metti una storia nelle mani di qualcun altro, non c’è più granché che tu possa fare.

Ti devi fidare.

Dopo questa esperienza tendo a guardare film mancati, come ad esempio il recente “storie di una ladra di libri”, più come un tentativo spasmodico di mettere insieme due modi di raccontare diversi (perdendosi nei compromessi, chiaramente) che come un fallimento narrativo.

E viceversa, i film venuti bene mi sembrano non più una cosa scontata e quasi obbligatoria (l’etica dell’estetica, la chiamava Aldo Grasso), ma piuttosto la manifestazione di nient’altro se non:

– un miracolo.

L’incontro miracoloso tra menti diverse, che collaborano ad uno stesso progetto con comunione d’intenti.

Una roba da matti, in cui le persone gioca un ruolo fondamentale.

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