Decidiamo da Mosca di andare al sud, nelle città dell’Anello D’Oro (Vladimir e Suzdal), e di andarci tramite treno (un’ora e mezza). Il giorno prima, già che siamo di strada per la stazione, decidiamo di fare un salto a comprare i biglietti, cosa che si rivela più complicata del previsto.

 

Ed é qui che parte la colonna sonora:

Prendere un treno in russia é cosa degna di attenta pianificazione anche per un russo, figuriamoci per un turista.
In primis ogni indicazione alla stazione di Mosca é scritta in cirillico e solo in cirillico, cosa cui ci si abitua in fretta e che con un po’ d’esercizio, devo dire, risulta più facile di altre lingue a noi più vicine (tipo il tedesco). Per entrare bisogna fare un controllo dei bagagli come in aeroporto, e la coda é massiccia, ma l’idea di quanto sarà complicato ce la facciamo solo una volta dentro: in tutto ci sono più di quaranta sportelli aperti, tutti con code non lunghe ma incredibilmente immobili, sbagliare coda e scoprirlo alla fine vuol dire buttare al vento una bella mezz’ora se va bene (fun fact: i russi fanno code oblique, non dirette alla cassa ma a spina di pesce, e questo rende ancor pi complicato capire quanto é lunga la coda e soprattutto in quale coda ti sei inserito).

 

Per facilitare le cose la stazione é tutta a vetri e non ha un impianto di condizionamento (i russi sono addestrati a combattere il freddo ma il caldo, devo dire, li trova molto impreparati), la temperatura é perfetta per crescere piante tropicali. Quindi sudando cominciamo a cercare l’ufficio informazioni, dove una signora obesa con una pettinatura molto simile a quella sfoggiata da David Bowie in Labitinth ci dice che non parla inglese e rifiuta ogni tentativo di comunicazione approntando frasi lunghissime in russo stretto. Nel mentre, gente arrivata a caso e saltando la coda ci passa davanti e urla delle cose alla signora dietro lo sportello, passa dei soldi, dei bigliettini.

 

Desistiamo.

 

Notiamo una ragazza che lavora come hostess per i viaggi internazionali, e chiediamo indicazioni di base, ma neanche lei parla inglese, e neanche parole di base come “train”, oppure “morning”, o il nome della destinazione pronunciato in tutti gli accenti possibili le accendono una luce negli occhi.

 

Desistiamo.

 

Vogliamo uscire per prendere una boccata d’aria ma mezz’ora di controlli all’ingresso é davvero troppo, quindi restiamo. La psicologia ha fallito, pensiamo, proviamo con la tecnologia: ci sono macchinette automatiche distribuite in tutta la stazione ma nessuno le usa, così siamo diffidenti. Proviamo, e scopriamo che hanno l’opzione lingua inglese. FAVOLOSO. Il primo problema é scrivere la nostra destinazione: ogni possibile traslitterazione viene rifiutata, finché vedendoci sudati come pazzi, sull’orlo delle lacrime e di un serio litigio coniugale, un russo decide di darci una mano col cirillico e finalmente troviamo la città. Tutto sembra procedere liscio anche se ci vengono richiesti dei dati insensati per un viaggio di un’ora e mezza (nome, cognome, numero di passaporto, data di nascita, nazionalità, luogo di nascita???). Docili come vacche indiane inseriamo tutti i dati.

 

Siamo ad un passo dalla conclusione e la macchina ci chiede di scegliere NON, si noti bene, il posto, ma bensì il range di posti tra cui scegliere. Ci viene mostrato il disegno di un vagone con le sedute colorate alcune di verde, alcune di blu, alcune di rosa, e alcune grigie. Toccando su quelle verdi, quelle blu e quelle grigie diventano rosa, toccando quelle rosa (a parte quelle verdi adesso lo sono tutte), quelle verdi diventano blu e quelle che erano rosa – prima che tutte diventassero rosa, s’intende -, adesso restano rosa ma cominciano a lampeggiare. Toccando quelle che lampeggiano, tutto torna come all’inizio. Proviamo tutta la combinazione di colori ma la macchinetta ogni volta restituisce un messaggio in cirillico (ma non avevamo scelto il maledetto inglese?), finché non decidiamo di chiedere aiuto di nuovo al russo di prima (che nel frattempo é riuscito a comprare un biglietto, confermandoci che quella é effettivamente una stazione e effettivamente qualcuno riesce davvero a comprare un maledetto biglietto).

 

Lui mi dice che non capisce l’inglese scritto e prima che io possa obiettare esce dal menù, perdendo tutti i dati dei nostri passaporti che avevamo impiegato più di dieci minuti ad inserire. Quando arriva alla scelta dei posti il solito vagone arlecchino comincia a lampeggiare e anche lui sembra interdetto. Prova e riprova tutte le combinazioni dei colori parlando tra sé e sé in russo, finché non alza semplicemente le spalle e se ne va senza salutare.

 

Desistiamo.

 

Resta solo la cassa. La grande sfinge della cassa. Ci mettiamo in coda e il caldo é soffocante, il sole batte proprio sulle code di russi in attesa e ormai deve essere mezzogiorno (ma quando siamo entrati?) la coda sembra non muoversi mai. Trovo una rete wifi aperta e la uso per cercare di fare un po’ di conversazione. Cerco come si dice “la coda é molto lenta” in russo e lo dico ad una signora che sembra uscita da una quadro di metà novecento, con la bandana in testa e la gonnona fino ai piedi. Diverse persone si voltano ma nessuno ha un benché minimo slancio di empatia, un sorriso, niente. La signora mi dice qualcosa di molto lungo in russo, che non capisco, e la cosa finisce lì.

 

Dopo venti minuti di coda chiedo a Giulia di andare a comprare dell’acqua perchè ormai abbiamo finito il litro e mezzo che ci portavamo dietro. Mentre lei é via conosco un omino arzillo che ha settant’anni, sfoggia birkenstock con calzino color caffè, e parla perfettamente l’inglese, ma (per motivi che mi paiono più storico-politici che non pratici) la nostra conversazione continua in spagnolo. Il signore ha imparato lo spagnolo a Cuba negli anni sessanta ma quando eccitato gli chiedo cosa faceva a Cuba, lui glissa velocemente sulle vacanze in Spagna di quest’anno.

 

Sono passati quaranta minuti e tocca a noi. La signora alla cassa ha una pettinatura degna di un’esposizione canina, con due grossi ciuffi frisee biondo platinato che le scendono fino alle spalle, e non parla una parola di inglese. A gesti e con l’aiuto del nonnino cubano riusciamo a farci capire, e con grande insofferenza aspettiamo che la donna-barboncino inserisca per la terza volta tutti i nostri dati nel computer (finalmente ci é chiaro perchè le code sono così lente). É il momento di pagare e la signora ci dice che la carta di credito non é accettata (nonostante ci sia un enorme cartello con i simboli VISA e Maestro sopra la sua testa). Contiamo i nostri soldi e non ce la facciamo a pagare per via di quello che abbiamo speso per comprare l’acqua, il bancomat é fuori dall’edificio e la cassa chiude nel giro di dieci minuti.

 

Non sto a raccontare la corsa e i dettagli di come il nonnino abbia intercesso per noi con la signorina, ma dopo quasi tre ore abbiamo finalmente in mano i biglietti. Il sorriso esce forzato.

 

 

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