Con la signora della mensa avevo un conto aperto da quando è cominciata la cosa che volevo dimagrire e non prendevo più il primo, prendevo solo il secondo, e la signora le ho segnalato che se mangio un petto di pollo striminzito che pare cartone e lei me lo accompagna con numero sei patate, verso le tre e mezza i miei colleghi cominciano a diventarmi succulenti, la scrivania in legno chiaro mi sembra un enorme colata di crema mou e mi trovano a bere il sapone per le mani nel bagno, ma niente la signora intransigente sempre sei patate mi fornisce con quella faccia da moralista come a dire a voi la vostra generazione non vi hanno educati adeguatamente alcuni addirittura hanno saltato il militare te se facevi il militare – che sicuramente non l’hai fatto – sei patate ti davo sei patate ti prendevi e anche il problema del grasso che manifesti era risolto – senti chi parla pensavo intanto io, che sta signora pesa intorno ai 90 chili e fa fatica a venir su dal bancone della mensa l’avrei voluta vedere lei in guerra la usavano per scavar le trincee.

Siccome poi le volte dopo era chiaro che questo era molto di più che uno scontro alimentare, era uno scontro di visione della vita un po’ una lotta tra bene e male un po’ lotta tra forze politiche – digiunisti contro contornisti – allora ho dovuto trovare una vendetta non colossale ma piccola tipo cura medievale,  gutta cavat lapidem, che soffrisse di un dolore calibrato e atteso ogni giorno al mio arrivo e ci ho messo un po’ a capire quale fosse la modalità ma poi l’ho trovata:

la modalità dadaista.

Colgo la signora ogni giorno alla stessa ora impreparata al mio attacco DADA, ogni giorno la signora si presenta con uno sguardo da pesce che crede molto nella sua subacquea intelligenza, come a dire oggi non me la fai, e io ogni giorno infilo un cuneo di >impossibile!< nel suo cervello di donna pragmatica del sud con conversazioni surreali memorabili come:

 

Lunedì

Mi fingo in un ristorante di alto livello, al banco della mensa chiedo:
– la carta dei vini
– un appendiabiti per il cappotto che non ho
– se Franco, il maître di sala sta bene, che non lo vedo
– e infine descrivo come un “meraviglioso risotto Carnaroli ai carciofi, basilico e menta mantecato al grana e burro di cascina” un riso sfatto e incollato in una teglia che avrà vent’anni di servizio con dentro dei cosini grigi mollicci.

 

Martedì

Indico un hamburger e chiedo un Big Mac menu medio, insalata al posto delle patate.

 

Mercoledì

La guardo negli occhi e le dico serio che in quanto appassionato di bricolage gradirei la pasta alla trapanese.

 

E ogni maledetta volta la signora mi guarda come quei cani piccoli che vengono lasciati nelle macchine d’estate e intanto le colleghe ridono di questa situazione dadaista perché contro il DADA  due sono le cose da fare, soffrire e ridere, a volte anche insieme.

 

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